Archivio 2007-2015




















































16/02/2020 - I Castelli di Respampani . Zona Tuscania



Informazioni sull'uscita

Data: 16/02/2020

Difficoltà:

- Difficoltà media

Distanza in auto: 96 km (a/r)

Lunghezza percorso a piedi: 6 km

Note:

         

 



Documenti sul sito

NOTE VANIANE

LA VIA CLODIA

Per comprendere meglio il territorio in esame è anche il caso di prendere in considerazione la sua principale via di comunicazione, la Etrusca Clodia.

Si deve presumibilmente all’imperatore Claudio il nome e la sua lastricazione (I secolo d.C.). Denominata anche Via delle Terme, superava i dislivelli delle forre che attraversava tramite le c.d. “tagliate”, profondi tagli nella roccia.

Sul suo probabile percorso e diramazioni molto si è discusso, senza la certezza di averli ricostruiti esattamente. Certi sono soltanto i suoi mirabili scorci, le sue “tagliate”, e dei percorsi realizzati sul banco di tufo o lastricati, che recano i segni di millenarie frequentazioni. Ma tanti tratti sono scomparsi, interrati o sottoposti ad altre opere.

Con il prevalere di importanti vie complementari quali l’Aurelia e la Cassia, la Clodia ha subìto un lento abbandono, trascinando nell’oblio territorio e Paesi.

PRESUMIBILE TRATTO PRINCIPALE:

Collegava i centri seguenti: Veio – Isola Farnese – Galeria – Baccano – Lago di Martignano – Lago di Bracciano – Bassano – Veiano – Barbarano Romano – Ponte del Diavolo – Blera – Villa San Giovanni in Tuscia – Grotta Porcina – Norchia – Cava Buia – Sferracavallo – Ponte di Fra Cirillo – Castello di Respampani (diruto) – Tuscania – Canino - Cellere – Pianiano – Pietrafitta – Ischia di Castro – Farnese – Castro - Ponte San Pietro – Saturnia – Pitigliano – Sovana.

PRESUMIBILI RAMIFICAZIONI:

- Lago di Bracciano – Castel Giuliano – Cerveteri (Caere) - Lago di Bracciano – Canale Monterano – Stigliano - Castello di Rota – Strada di Poggio Baldone – Passo Viterbo – San Giovenale – Blera - Lago di Bracciano – Canale Monterano – Stigliano - Paesino di Tolfa Nuova (Tolfaccia).

P.S. Si è costituita oggi una associazione den. “Antica Via Clodia” che ricostruendo il corso della strada, ha organizzato una serie di tappe, raggiungibili a cavallo, a piedi ed in bicicletta (si traversano 2 regioni, 3 provincie e 27 Comuni), con partenza da Roma ed arrivo a Grosseto. In ogni tappa l’Organizzazione ha istituito punti di assistenza-ritrovo e ristoro secondo precisi programmi.

PRIMO CASTELLO

Sia la vasta Tenuta che la Rocca Nuova prendono il nome dalla diruta Rocca Medievale “Respampani”, proprietà dei ben noti signori “Spampani” di Tuscania. L’immensa e fertile estensione dei campi è particolarmente adatta all’agricoltura ed all’allevamento del bestiame. Suggestivi i suoi estesi pascoli, sottratti ad un millenario bosco deciduo che dette ben 30.000 antiche querce per la costruzione, nel 1900, della strada ferrata Roma-Napoli.

Il Castello, progettato dall’arch. Canio Antonietti, nel 1600, su incarico del Precettore del Santo Spirito Ottavio Tassoni d’Este, doveva avere funzioni proprie e specifiche tali da assicurare tornaconto al Pio Istituto del S.Spirito, secondo un preciso “disegno”.

Alla maniera di una domus-culta romana avrebbe dovuto accogliere popolazione da avviare lavori di campagna, (agricoltura, allevamento, taglio dei boschi). Il territorio era particolarmente adatto allo scopo perché rimasto incolto per anni ed anni.

Il progetto non decollò neppure quando venne sostituito il castellano ritenuto incapace. Quando fra Cirillo Zabaldani, uomo di pochi scrupoli, si insediò alla guida del Castello, era fermamente convinto di risolvere alla sua maniera il difficile rapporto che si era instaurato tra contadini ed il vecchio datore di lavoro. Ma non fu così!

Il frate, cui si deve la restaurazione del Ponte sul Traponzo, viene descritto come uomo insolente, di mala condizione, misleale, spergiuro e traditore. Fu lui a far munire la Rocca di “gagliarde” fortificazioni e spingarde. Ma i contadini, maltrattati e ricattati, influenzati non poco dal “bel” carattere del Castellano, preferirono spostarsi nella nascente cittadina di “Monteromano”, per dedicarsi ugualmente a lavori di campagna, ove nel luogo era attiva un’osteria.

La costruzione del castello, venne interrotta intorno al 1670, quando ormai una significativa massa di contadini si era trasferita altrove mettendo in crisi il futuro dell’azienda agricola. L’opera rimase in uno stato incompleto, così come ancora oggi la si può vedere! Lo stesso Zabaldani fece sospendere i lavori per dedicarsi poi alla costruzione della Chiesa dell’Addolorata in Monte Romano.

La visita al bel maniero induce comunque un certo stato di suggestione. Scollinata la forra nessuno suppone che il Castello non abbia avuto un suo degno passato! Niente giostre a cavallo, rientri da caccia del signore, spari di spingarde, sontuose feste, belle castellane vestite di pizzo ed ardenti cavalieri, niente! Nemmeno il consueto buon fantasma, assiduo animatore delle notti castellane, a correre e scorazzare entro gli immensi saloni e corridoi nel suo lenzuolo bianco! Tutto quanto sembra sia stato negato alla bella Rocca di Respampani, le restano soltanto centinaia di schiamazzanti taccole che incrociano, incontrastate, i suoi azzurri e profondi cieli.

IL PONTE DI FRA CIRILLO

Costruito intorno al 1660, su preesistente struttura romana, doveva ricalcare o sostituire una più modesta opera etrusca posta nei dintorni. Indispensabile per consentire alla Via Clodia il superamento del Torrente Traponzo, proveniente dalla Cava Buia e diretta verso Tuscania. Il petrigno arco a schiena di asino, è appoggiato su due saldi piloni, che lo sostengono da ben 400 anni, incurante delle violente piene del corso d’acqua.

Il tratto calpestabile é stato realizzato in dura pietra locale, forse trachite, mentre per i parapetti, è stata utilizzata roccia diversa, più leggera, per evitare il sovraccarico sulla struttura.

Il Ponte venne anche chiamato del “Diavolo” o della “Pietà”. Il primo epiteto forse si riferiva al suo realizzatore, mentre il secondo sicuramente a quell’altare altare posto in fondo al parapetto destro (per chi scende dalla Rocca di Respampani) che doveva contenere l’immagine della Madonna con il figlio morente tra le braccia.

Nel Medioevo la struttura ha assicurato il transito a migliaia di pellegrini che dai Paesi del nord-ovest dell’Europa, dovevano raggiungere Roma.

I L TORRENTE TRAPONZOTre ponti che dovevano essere posti sui torrenti Biedano, Rigonero e Leia, che poco più a monte del Ponte di Fra Cirillo, confluivano in un unico alveo dando origine e nome al Torrente Traponzo. Tutto il territorio di Respampani, oltre al Fiume Marta, è attraversato da altri corsi d’acqua: il Capecchio, il Catenaccio e l’Infernetto

L’ANTICA ROCCA DI RESPAMPANI

Nell’XI secolo il vecchio castello e tutta l’area appartenevano alla Famiglia degli Spampani di Tuscania, come si apprende da un regesto dell’Abbazia di Farfa, onde il nome derivato.

Ma nel 1170 il tutto è già proprietà di Guitto di Offreduccio di Vetralla, che successivamente cede alla Città di Viterbo. Ma prima della fine del secolo quei beni rientrano già tra le proprietà di due nobili di Tolfa, Guido e Nicola, che, per scorretto comportamento verso i pellegrini che transitavano lungo la Via Clodia, rischiano di perdere.

Grazie ad un atto di sottomissione al Papa, Innocenzo III, fortezza ed area annessa restano nelle loro mani.

Nel 1211, quando Tolfa e Viterbo entrano in guerra, un certo Grezzo, signore di Tolfa, se ne impossessa. In seguito la Rocca entra nelle lotte tra due potenti famiglie viterbesi, i Cocco ed i Gatti.

Nel 1221 il proprietario Nicola Cocco, per punire Pietro Cola, già signore della Rocca della Fazione dei Gatti, lo fa imprigionare e gettare in un pozzo posto entro le mura castellane.

In seguito Pietro Cola torna in possesso del Castello, che perderà definitivamente nel 1228 dopo la conquista romana del sito.

Nel 1254 è la volta dei Di Vico, Prefetti di Roma, che ne restano proprietari per circa due secoli. Nel 1374, Cola di Rienzo, per incarico del Comune di Roma, chiede la restituzione del Castello di Respampani, della Rocca di Civitavecchia e di altri Castelli della Tuscia a Giovanni di Vico. Nel 1377 papa Gregorio XI tenta invano di strappare la proprietà di Respampani alla Potente Famiglia Prefettizia, in contesa con il Senato di Roma. Soltanto nel 1434 i Di Vico, al tramonto del loro potere, perdono la proprietà della Roccaforte, che viene assegnata a Francesco Sforza, divenuto Prefetto di Roma. Ma già nel 1442 appartiene al Cardinale Ludovico Scarampi Mezzarota. Nel 1456 Papa Callisto III lo cede all’Ospedale di S.Spirito in Saxia, quindi alla Camera Apostolica e definitivamente al Santo Spirito (1471). Ma ormai il Castello viene definito “dirutum”: oltre ad un declino fisico dovuto alla mancanza di staticità del terreno, ha subìto un terremoto nel 1349.

FRANCESCO DI VICO (*): Prefetto. Figlio di Giovanni 3°, la sua vita non poteva non essere orientata da tanto padre. Francesco crebbe e respirò l’aria della fazioni, delle lotte baronali, delle battaglie politiche. Venne spesso dato in ostaggio e, proprio in questa veste e su ordine del tribuno, lo troviamo nelle mani di Cola di Rienzo a garanzia della quiete in Roma. Nel 1346 ebbe il suo battesimo di fuoco partecipando in armi ad una campagna contro i baroni romani ribellatisi a Cola: al momento del pranzo venne disarmato ed imprigionato con il padre. L’anno seguente venne dato nuovamente in ostaggio a Cola per garantirgli la restituzione da parte del padre Giovanni del Castello di Respampani. Nel 1355 è in ostaggio dell’Albornoz per garantirgli la restituzione delle rocche di cui suo padre si era insignorito. L’Albornoz valorizzò il giovane Francesco, nominandolo suo capitano e con il compito di mantenere la pace nelle città della Marca. Nel 1370 Urbano 5° gli proibì di duellare con Francesco Orsini in una disputa nata per i soliti rancori esistenti tra baroni romani. Nel 1375 è signore di Viterbo e due anni dopo, ribellatosi, sobillò il popolo romano al fine di creare sconcerto e malumore. Papa Gregorio 11° stipulò con Francesco un onorevole accordo di pace. Nel 1387 fu ucciso in un assalto armato, alla città di Viterbo, delle truppe del Cardinale Tommaso Orsini. Nel corso della Battaglia Francesco venne riconosciuto da un certo Palino Tignosi, il quale lo inseguì lo trafisse con una lancia e poi lo gettò da un profferlo. Si racconta che la vendetta di Giovanni di Vico, bastardo di Francesco, sia stata orribile: riuscito ad avere nelle sue mani l’uccisore del padre, lo condusse nella Rocca di Respampani, dove lo fece ingrassare ben bene, nutrendolo lautamente. Quando gli parve a “tiro” lo fece condurre sulla piazza della Rocca di Viterbo, tagliò il suo corpo a piccoli pezzi, ancora vivo e sotto i propri occhi, venne dato in pasto a certi mastini tenuti a digiuno per più giorni. La moglie, madonna Perna, gli partorì una figlia Giacoma, che venne tenuta a lungo tempo in ostaggio da Urbano 6°. Vani, 25-10-2015 

 

SEGUE UN OTTIMO LAVORO DEL TIBURZIANO FABIO LAMBERTUCCI, CHE CORONA LE MIE MODESTE NOTE, AL QUALE VANNO I MIEI RINGRAZIAMENTI. SONO INTERESSANTI ELEMENTI STORICI TRATTI DA ARCHIVI ORMAI MORTI E RESUSCITATI GRAZIE AD ESTEMPORANEI AMATORI DELLE NOSTRE PASSATE VICENDE.

Ivano, a margine della tua lezione su Respampani, ho scritto queste piccole note su Giovanni di Vico. Saluti e a domenica. Fabio Lambertucci. 

 

1.   1347. Il tribuno di Roma Cola di Rienzo in guerra contro Giovanni di Vico, tiranno di Viterbo.

 

Il 24 maggio 1347 il nuovo tribuno di Roma Cola di Rienzo (1313-1354) spedì una epistola alla città di Viterbo in Tuscia tramite un cavaliere che recava come insegna una verghetta d'argento. La missiva annunciava che avendo Dio deciso di porre termine alla decadenza della Città santa, che dal 1305 era stata abbandonata dai Papi per Avignone, aveva innalzato al potere su di essa Nicolaus severus tribunus libertatis pacis iustitiae Liberator Sacrae Romanae Rei Pubblicae. Il tribuno chiedeva perciò a Viterbo di inviare a Roma due ambasciatori per una riunione nella quale si sarebbero adottati provvedimenti per la salute e la pace  di tutto il Districtus Romanus che -secondo Cola di Rienzo- comprendeva il territorio limitato a nord dal fiume Paglia, affluente del Tevere, fino a Ceprano, a sud di Roma. In effetti a Roma giunsero molte ambascerie ma non quella di Viterbo. Il signore della città era infatti dal 1338 il ghibellino praefectus Urbis Giovanni di Vico, uomo avido e violento che aveva ucciso prima suo fratello guelfo Faziolo e poi impossessatosi di Viterbo aveva occupato la rocca di Respampani, tra Tuscania e Vetralla, castello strategico per il controllo della via Clodia, del grano, del sale e del vino destinati alla Città Eterna. Con molta tracotanza Giovanni (la famiglia dei di Vico era di origine germanica, rendeva nome dal lago e aveva come stemma un'aquila bianca imperiale su fondo rosso) non solo rifiutava di restituire il castello a Roma ma anche di pagare la tassa del focatico (una specie di tassa sulle famiglie), come avevano invece iniziato a fare le altre città del Contado romano, nonostante venisse più volte citato a comparire dinanzi al tribuno per prestare giuramento di fedeltà e rendere conto delle sue azioni. Cola di Rienzo alla fine perse la pazienza e lo dichiarò decaduto dalla carica, pose una taglia sulla sua testa e non ebbe altro mezzo per cercare di ristabilire i diritti e recuperare i beni di Roma che il ricorso alle armi. Affidò quindi il comando dell'esercito romano al giovane Nicola Orsini del ramo di Monte Giordano, signore di Castel Sant'Angelo, e giuntagli notizia che il prefetto aveva assoldato mercenari in Lombardia, si rivolse a Firenze perché non consentisse il passaggio di quelle forze in territorio toscano. Dopo di che il 20 giugno 1347 spedì contro i viterbesi i suoi elietti iovini, mastri di guerra, bene armati che con le truppe inviate in appoggio da Corneto (Tarquinia), Perugia, Narni e Todi assommavano a mille cavalieri e seimila fanti. Viterbo al riparo delle sue solide e antiche mura, resistette bene: i soldati romani dovettero limitarsi a mettere a ferro e fuoco il territorio circostante, distruggendo i campi e gli alberi da frutto e uccidendo il bestiame, provocando danni che a guerra finita furono stimati intorno ai 40.000 fiorini. Scrive nella sua trecentesca Cronica l'Anonimo Romano: "Posero campo sopra la citate de Vetralla e stiettero in assedio. E currevano onne pianura fi' in Vitervo ardenno e derobanno. Deh, como granne paura fecero ai Vitervesi!". Gli abitanti di Vetralla, al limite meridionale dei possessi del prefetto Giovanni, spaventati da tanta ferocia decisero di aprire immediatamente le porte alle truppe di Roma. Un pugno di prefettizi si barricò invece nella rocca cittadina e non ci fu verso di snidarli: "Quella rocca non fu auta. Volennola Romani prennere per arte de guerra, fecero trabocchi (ordigni bellici per scagliare pietre) e manganelle (macchine da guerra). Moito spessiavano loro prete (pietre). Poi fecero una asinella (macchina per scalare le mura) de leno (legno) e connusserolla fi' alla porta della rocca. La notte se fece. Quelli della rocca misticaro zolfo, pece e uoglio, lena, trementina e aitre cose, e iettaro questa mistura sopra lo edificio. La asinella fu in quella notte arza. La dimani fu trovata cenere". Resisteva intanto anche il pomo della discordia: la rocca di Respampani.

 

2.  La resa di Giovanni di Vico.

Si era verso la metà di luglio e le ostilità duravano da quasi un mese: improvvisamente il prefetto Giovanni spaventato, pare, dalla voce che lo stesso Cola di Rienzo avrebbe raggiunto il suo esercito e condotto personalmente la guerra "e mustrare tutta soa potenzia con cavalieri e pedoni e depopulare (devastare) le vigne de Vitervo" decise di cedere. Forse però lo convinse una rivolta dei viterbesi ormai allo stremo delle forze. Il documento, che ci è stato tramandato, rappresentò una bella vittoria per Cola di Rienzo e una dura umiliazione per il tiranno viterbese. Giovanni di Vico si assoggettò senza condizioni al tribuno, gli promise obbedienza e fedeltà e si impegnò a restituire al popolo romano Respampani, Piglio, Montelongo, Barbarano, Vitorchiano, Montecelio, Ceri, Porto e la rocca di Civitavecchia. A garanzia delle restituzioni diede in ostaggio il figlio Francesco. In cambio della "clemenza" del tribuno, ottenne la reintegrazione nei suoi legittimi diritti e possessi nonché il titolo di prefetto e una sanatoria per tutti gli "eccessi, malefici, omicidi, ruberie e delitti" che aveva commesso fino a quel giorno. Una settimana dopo Giovanni di Vico si presentò a Roma, con un seguito di sessanta cavalieri, a giurare i patti sull'ostia consacrata e Cola non si lasciò sfuggire l'occasione per esibire al popolo, chiamato a parlamento, il suo trionfo e la mortificazione del nemico prostrato ai suoi piedi, che tenne poi prigioniero fino a quando il castello conteso non gli venne restituito. Il successo del tribuno fu netto.Lo stesso giorno, il 22 luglio 1347, rientrarono le truppe vittoriose: sfilarono per la città tra due ali di popolo plaudente che agitava ramoscelli d'olivo e Cola le arringò dal palazzo senatorio sul Campidoglio esprimendo loro la riconoscenza della città. 

 

3. Riscossa e caduta di Giovanni di Vico.

A dicembre, però, Cola di Rienzo perse il potere e il prefetto Giovanni rioccupò alcune città della Tuscia e dell'Umbria. Scrive il cronista anonimo: "Acquapendente, Bolsena, tutte le altre terre teneva occupate Ianni de Vico, profietto de Vitervo. Anco teneva Terani, Amelia, Nargne, Orvieto, Vitervo, Marta, Canino". Così ad Avignone Papa Innocenzo IV nominò il potente cardinale spagnolo Egidio Albornoz (1310-1367) legato e vicario papale in Italia con l'incarico di restaurare nei territori della Chiesa l'autorità della Santa Sede. Il cardinale giunto nel 1354 a Montefiascone, sede del rettorato del Patrimonio di San Pietro, decise di incontrare il prefetto: "Voglio che rienni alla Chiesa lo sio e tienghiti lo tio". Giovanni acconsentì alla restituzione "E in ciò puse lo sio seiello (sigillo) in la carta colli capitoli scritti". Quando tornò a Viterbo, però, ci ripensò: "Io non ne voglio fare cobelle (alcunché)" disse. L'Albornoz dovette quindi formare un grande esercito con l'aiuto di Firenze, Siena e Perugia ponendolo al comando del conte Giovanni di Vallemontone. Fu presa Toscanella (Tuscania) e a Viterbo l'esercito pontificio "commenzao a fare lo guasto. Uno terzieri de Vitervo guastaro, vigne, oliveta e arbori. Onne cosa metto in ruvina. Lo profietto, como tiranno dubitanno de suoi citatini, videsse male parato e renneno lo altruio. Rennéo Vitervo, Orvieto, Marta e Canino. Remaserolli soie castella nettamente. Remaseli anco Corneto, Civitavecchia e Respampano".  Giordano Orsini poi però gli tolse Corneto. Perché non attentasse mai più al Patrimonio di San Pietro, il cardinale Albornoz il 26 luglio 1354 ordinò di edificare a Viterbo "uno bellissimo castiello, fornito di moiti torri, palazza e casamenta (case di lusso) per fermamento e fortezza della Chiesa de Roma. Iace alla porta che vao a Montefiascone (all'epoca si chiamava porta Santa Lucia, oggi Porta Fiorentina)". Il prefetto Giovanni di Vico morì nel 1366.

                                                                                                                                                  FABIO LAMBERTUCCI, Santa Marinella (Roma).

                                                                                                                                                  Santa Marinella, 28 gennaio 2020.

 

FONTI:

1) Ciclo di lezioni sulla Roma di Cola di Rienzo dello storico medievista Massimo Miglio, Università degli Studi della Tuscia di Viterbo, Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali, Anno Accademico 1990-91.

2) LUDOVICO GATTO, Storia di Roma nel Medioevo, Newton Compton Editori, Roma, 1999 (ed. 2004), pp. 453-471.

3) ANONIMO ROMANO, Cronica, a cura di Giuseppe Porta, Adelphi, Milano, 1981, pp. 123-126 e 165-166.        

 

 

IL CAMINO VULCANICO

Condotto vulcanico in cui il magma passa, a forte pressione, dal sottostante bacino vulcanico per fuoriuscire dal cratere o dai crateri.

Arrivederci alla Selva del Lamone … Vanì.

Vanì, 22-01-2020

 

 

          


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